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Dal Body Positivity al Body Shaming, fino a quella volta che una scrittrice Nigeriana spiegò al mondo cosa è il vero Femminismo.

Written by on 30 Novembre 2018

’Body positivity’.

Questo slogan nasce per combattere quella gogna pubblica a cui i nostri corpi sono costantemente sottoposti, dalle critiche della gente che ci circonda fino all’ideale di perfezione imposto dai media o dai grossi brand, secondo cui solo corpi alti, longilinei e prestanti possono essere definiti corpi ‘buoni’. La body positivity, invece, si fonda sull’idea che tutti i corpi siano buoni, a prescindere dalla forma, dal colore, dalle cicatrici e da altre imperfezioni e.. Dal grasso.

Ed ecco, è qui che si apre un divario perché abbiamo appena pronunciato forse la parola più temuta del XXI secolo: Grasso.

Grasso è ormai considerato come un’insulto più che come un semplice descrittore fisico: si ha il terrore di essere definiti grassi e al rovescio, se si vuole offendere qualcuno, ‘grasso’ è senza dubbio l’arma più letale.

Ma quanto è giusto ritenere che ‘grasso sia bello?’ la percentuale di obesità, soprattutto infantile, sta salendo vertiginosamente negli ultimi anni, specialmente in America, il regno dei fast food, del take away. Le malattie causate dal grasso sono molte, troppe, e tutte davvero spaventose: diabete, ictus, infarti, patologie cardiovascolari, apnee notturne.

Basandoci su queste premesse, dunque, quanto è giusto incentivare al concetto ‘grasso è bello’? Non si rischia di perdere di vista l’impatto oggettivamente negativo che avrebbe, una tale affermazione, sulla salute della gente?

E di rimando, quanto è giusto, invece, additare la gente come ‘grassa’? Ovviamente, non lo è. Non è giusto affatto. Perché, si torna a ripetere, la parola grasso, sovrappeso, over-size, è stata trasfigurata nel suo reale significato, assumendone uno che significa offesa, insulto, nom è come dire ‘biomdo’, ‘alto’.. E poi, grasso è davvero peggio di ‘antipatico’ ‘insensibile’ ‘sleale’..?

Quindi, quanto c’è di ‘positivity’ nel body positivity?

Nel Memoir ‘Fame’ di Roxan Gay, l’autrice si racconta partendo dal momento in cui uno stupro subito all’età di 12 anni la rese completamente sconnessa nel suo rapporto col corpo, inducendola a un grave disturbo alimentare che la rese obesa, incapace di controllare il proprio rapporto col cibo e inducendola a sformare il proprio corpo il più possibile per allontanarlo dalle mani degli uomini, cercando contemporaneamente di allontanarlo anche da se stessa, quanto più poteva.

Questa vicenda dovrebbe erigersi a esempio per farci comprendere che spesso l’obesità non è solo un problema legato alla sola salute fisica: il nostro aspetto è determinato da tantissimi fattori legati al nostro trascorso, alla nostra esperienza di vita, alla nostra sfera emotiva e psicologica. Soprattutto il corpo è una parte di noi che dipende moltissimo dalla nostra interiorità.

Ovviamente quanto vale per disturbi alimentari come l’obesità vale anche per il problema inverso, per l’anoressia o la bulimia. Dietro a disturbi di questa portata c’è spesso molto più che il semplice desiderio del voler mangiare meno affinché finalmente l’addome risulti piatto, le gambe snelle e sinuose.

Ricordiamoci quindi, che per una persona che soffre di sovrappeso o di obesità, dimagrire non significa solo mangiare di meno, mangiare meglio. Vi sono molti aspetti emotivi, psicologici e strettamente individuali che vi concorrono e di cui noi non sappiamo assolutamente niente. Quando critichiamo qualcuno perché grasso, stiamo toccando molti più tasti, stiamo scavando molto più a fondo di quanto pensiamo.

E così, dal ‘body positivity’ al ‘body shaming’, il passo è davvero breve.

Quanto fa parte della natura umana offendere la gente sula base delle proprie imperfezioni? Quanto sa essere cattivo un uomo quando riesce a captare cosa è che rende insicuro un suo simile e rivolgergli contro questa stessa insicurezza come arma?

Ogni uomo cresce con la consapevolezza che ci sarà sempre, al mondo, qualcuno che lo criticherà. Che sia per Il grasso, o per l’altezza, la forma del corpo, fino al colore della pelle, l’orientamento sessuale, certe invalidità.

L’umanità oggi è pronta a questa evenienza ed è orribile che sia una piaga ormai fin troppo radicata nella forma mentis degli esseri umani. Tanto radicata da necessitare il conio di un nuovo termine: ’body shaming’, che serve per indicare quella forma di attacco diretto al corpo delle persone, delle donne in particolare, allo scopo di offendere, denigrare. I risultati sono devastanti perché sono molte le donne, soprattutto, purtroppo, le adolescenti, che una volta divenute vittime di body shaming, anche in una sola occasione, perdono completamente fiducia in se stesse, staccando quella connessione con il proprio corpo che dovrebbe permetterci di accettarci nonostante i nostri difetti anzi, proprio per i nostri difettI. E non stiamo a parlare del solo peso corporeo, ma dell’altezza, della forma del naso, del volto, di quella delle gambe.. Insomma dettagli, caratteristiche di ognuno di noi che non si possono modificare (se non ricorrendo alla chirurgia), e che ci rendono speciali e uniche proprio in virtù del fatto che sono diverse, che non esiste al mondo una sola persona che l’abbia esattamente come l’abbiamo noi. Invece accade che molte adolescenti (e sono tanti a giudicare dalle statistiche: 1 ragazza su 2 afferma di essere stata bersaglio di body shaming attraverso i social almeno una volta), cadono vittime di disordini alimentari, o di disagi che minano la loro sicurezza e la loro stima di sé, a tal punto da necessitare un sostegno psicologico.

Qualche giorno fa, il 25 novembre, ricorreva la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. In occasione di ciò si potrebbe trasportare l’argomento sull’ambito del femminismo. Fenomeni come il body positivity o il body shaming vanno a braccetto con l’emancipazione femminile: sarebbe giusto che ad ogni donna venga data una vera libertà di decidere sul proprio corpo senza sentirsi costantemente giudicate, criticate, o messe da parte. E’ vero che sono stati fatti tanti passi in avanti da cinquant’anni fa ad oggi in tal senso, ma è altrettanto vero che l’aspetto delle donne è ancora un metro di paragone per giudicare il loro valore come persone.

Quello che servirebbe è un impegno collettivo e radicale, nel quale ogni donna, ma anche ogni uomo (!), si impegni in tal senso.

Una scrittrice e attivista nigeriana, Chiamamanda Ngzi Adichie, descrive in molti suoi libri cosa significa per lei Femminismo (quando non sfocia in fanatismo o in fenomeni di razzismo al contrario). Uno di questi libri, intitolato, ‘dovremmo essere tutti femministi’, racconta di quella volta che nonostante avesse preso il voto più alto al test, Chiamamanda non poté divenire capoclasse, alle elementari, perché quel ruolo spetta ad un maschio. Oppure di quando le hanno consigliato di non definirsi mai femminista perché “le femministe non trovano marito e sono infelici”. O ancora, di quando, nel dare la mancia al parcheggiatore, questo si apprestava a ringraziare l’uomo che era accanto a lei, fermamente convinto che i soldi dovessero per forza provenire da un uomo.

Tocca poi un altro argomento importante, quello di come gli uomini vivono il femminismo. La scrittrice sostiene, a buona ragione, che facciamo un torto ai maschi educandoli a non mostrare debolezze. Questo è un punto spesso travisato.

Il vero Femminismo non denigra gli uomini, non li disprezza e non li critica, bensì li inserisce come un tassello importante senza il quale il femminismo stesso non potrebbe attuarsi nella sua totalità.

il femminismo, quello vero, non lotta per ottenere che le donne abbiano più diritti degli uomini in quanto superiori, questo è sessismo. Uomini e donne vivono in un ruolo di reciproca alleanza e di totale parità.

Il femminismo, quello vero, si attua in una società in cui vengono sfruttate le doti insite nella natura di ogni uomo e di ogni donna (con tutte le loro diverse sfumature di colori), senza che esse vengano limitate o vincolate a settori specifici. Viene data la libertà alle donne di indossare o meno il reggiseno, di mettere o meno al mondo dei figli, di sposarsi o meno, di vestirsi come gli pare, di depilarsi due volte al mese o di non depilarsi mai, di competere per ruoli di potere o di darsi al libero professionismo, così come di dedicarsi completamente alla famiglia, se lo desiderano.

E viene data agli uomini la consapevolezza che devono incitare, invogliare, sorreggere le donne in virtù delle loro capacità, non limitarle, non considerarle una loro proprietà e non avanzare verso di loro pretese che per natura non gli appartengono. Ma soprattutto, anche agli uomini viene data la libertà di mostrare non le loro fragilità, bensì la loro umanità: ricordiamoci che gli uomini sono umani, e in quanto umani sono fatti di carne e sentimenti.

Quindi, educare un bambino ad essere uomo, a non mostrarsi mai debole, a non piangere, distrugge il suo ego e lo incanala verso un futuro in cui probabilmente diverrà un uomo incoerente con se stesso e coi propri e altrui sentimenti.

Ecco che un cerchio si chiude. Quando femminismo diviene anche, e soprattutto consapevolezza, auto-accettazione del nostro corpo. ‘Che alla fine, questo ci è stato dato. Gli indiani dicevano che è il nostro guscio, un po’ come per le tartarughe. Ne abbiamo solo uno e non possiamo mandarlo indietro, non c’è reso, come per gli acquisti on-line. Ed è giusto così, anzi, forse è bello proprio per questo.

La cosa migliore sarebbe prendercene cura per quel che possiamo, e accettarlo. Amare le nostre sfumature, le nostre particolarità, perché di particolarità si tratta e non di difetti, diffidare da chi vuole farci credere che siano tali, e renderci conto che è grazie ad esse che siamo assolutamente, meravigliosamente irripetibili.


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