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Woman’s Flowers. “Perché?” di Alex Britti e le denunce a metà

Scritto da il 22 Novembre 2019

È il 2015 quando nelle Radio d’Italia viene diffuso il singolo di Alex Britti: “Perché?”. Un testo di denuncia sulle note del blues e dagli accenti siglati dalla chitarra elettrica che riproduce il ritornello, quel ritornello che non trova risposta.

La copertina si racconta da sé: uno specchio in frantumi.

Perché ci sono donne che non denunciano? E se lo fanno, perché lo fanno a metà?

Le risposte sono tante e legate da un denominatore comune: il desiderio di dimenticare.

E intanto si snocciolano i giorni uno dopo l’altro cercando di arrivare a fine mese. E poi a quello successivo.

Sono donne che quasi sempre vengono prese a pugni dall’opinione pubblica.

Perché non denunci? Perché non ti salvi? Sei stupida? Perché non vai via? Sei tu che lo vuoi, altrimenti te ne andresti. Perché non l’hai perdonato? Non capisci che sei tu a provocarlo? Bisogna saper perdonare.

Lei potrebbe dirti che ha paura, che una denuncia potrebbe peggiorare la situazione. Che lui sa dove trovarla più di chiunque altro. Potrebbe dirti che non ha soldi. Potrebbe dirti che non può lavorare perché ha 55 anni e non la vuole nessuno. Oppure potrebbe dirti che lavora ma che si muove in un contesto ostile. Potrebbe dirti che ci ha provato. Potrebbe dirti che le botte spezzano qualcosa di innato e sfibrano la fiducia nel mondo. E allora o qui o lì non farebbe differenza.

Potrebbe dirti che spesso ha ritrovato lui nell’opinione pubblica.

Lei è Luisa. E questa è la sua storia.

Quarant’anni, divorziata da tre, senza figli. Lo smartphone non suona mai se non per lavoro. Passa il fine settimana sul divano davanti alla TV. A volte vede le amiche. Sposate, due figli a testa. Si sente sola. Si parla tanto di autoerotismo come soluzione ma lei crede ancora nella coppia. Poi arriva lui. Alto, biondo e con la “r” moscia. Il tuffo al cuore lo sente la prima sera, quando lui la porta nel ristorante più chic di Roma e le sposta la sedia per farla sedere. Ci mette un po’ prima di fare l’amore. Non che le mancasse il desiderio ma ciò che cercava non era a uno schiocco di dita. L’intimità arriva parlandosi. E loro si parlano molto. Occhi negli occhi. Lo smatrphone di Luisa squilla tutti i giorni, lei è felice. Non è più sola. Squilla di più quando lavora e lei non può rispondere. Lui è molto attento alle sue esigenze. Si fa trovare ovunque per riportarla a casa o accompagnarla a lavoro. Lei non ha più bisogno di guidare. Lui si trasferisce da Luisa. Una sera ogni due settimane Luisa rivede le amiche. I bip della chat di Whats’app infrangono le loro confidenze: lui vuole sapere se lo sta pensando e a che ora tornerà. Vuole anche sapere cosa mangia e tante altre cose che aveva dimenticato di chiedere prima. Un giorno le dice che il lavoro non fa per lei, che la stanca. Che la allontana da lui e questo lo fa stare male. Luisa non vuole licenziarsi. Il lavoro è stata l’unica cosa che l’ha salvata dalla depressione dopo il divorzio. Lui insiste per giorni e le parole diventano taglienti. La spinge contro il muro e la colpisce con la fibbia della cintura. Luisa non riesce a perdonarlo. Iniziano gli incubi. Vive sulla difensiva. Se lui si avvicina all’improvviso, lei incrocia le braccia sul viso. Durante una cena con le amiche, lui arriva in anticipo e aspetta al bar della pizzeria. La fissa. Intanto beve. Salgono in auto. Lui sosta in una via isolata e la prende a schiaffi senza nemmeno dirle perché. Lei racconta tutto alle amiche e lui va via di casa, si sente umiliato. Luisa si accorge di essere seguita. Lo smartphone squilla anche di notte ma il mittente è anonimo. Tranne gli insulti su Whats’App, quelli un nome ce l’hanno. Segnala l’episodio ai carabinieri. Lui lo sa. Sa sempre tutto. Per questo una sera la trascina in auto e la prende a pugni fino a quando le parole smettono di uscire. Luisa ha i lividi sul viso, il giorno dopo non va a lavoro. Non ci torna per una settimana. Iniziano gli incubi. Non si sente in colpa. Però valuta se ritirare la denuncia o incrementarla. Va dai carabinieri. Davanti alla caserma succede qualcosa. Si accorge che le botte hanno superato un limite spezzando quell’innata consapevolezza di essere inviolabili. Suda e ha freddo insieme, le sue grida nella testa non trovano ascolto. È sola, di nuovo. Si sente guasta, non è stata abbastanza forte e capace di difendersi. Le immagini della violenza sono troppo vivide, le sensazioni ancora sulla pelle. Non può raccontare tutto ai carabinieri, si aprirebbe un vortice di dolore e lei cadrebbe dentro. Quella sera lo smartphone di Luisa non smette di squillare ma non è lui a chiamarla. Lui è con lei, l’ha vista vicino alla caserma. Così solleva il braccio nella penombra del garage mentre con l’altro le stringe la gola. L’ombra ritaglia un coltello sul muro. Lo smartphone cade sul pavimento e non squilla più.

Alex Britti è uno dei tanti artisti che si è sposto in prima persona sul tema della violenza di genere facendolo con sensibilità e delicatezza.

La causa scatenante, come già noto, è stato l’aver assistito a una scena di violenza svolta in un parco pubblico, dove un uomo prendeva a pugni una donna. Il cantante è intervenuto prestando soccorso alla vittima e scoprendo che l’uomo era il marito. L’episodio ha gettato su Alex Britti un forte senso di frustrazione e impotenza, come lui stesso ha dichiarato in diverse occasioni, in seguito elaborata in musica e parole.

I proventi della vendita del singolo sono stati devoluti alla Onlus WeWord per sostenere le attività di tutela per le donne che hanno subito violenza.

L’articolo rientra nella campagna di sensibilizzazione Woman’s Flowers nata per parlare di violenza raccontando anche di storie immaginarie, che poi tanto immaginarie non lo sono mai, portando il tema nella testa di tutti.

Perché puoi calpestare un fiore ma ce ne sarà sempre un altro pronto a rivolgersi al sole.

Nell’articolo precedente ho raccontato la storia di Claudia per dimostrare come la violenza sia anche un problema culturale.

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L’importante è parlarne sempre e rompere il silenzio.

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